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Il Salento è un posto
bellissimo, un piccolo angolo di paradiso. Sono però lunghi anni ormai
che nel nostro territorio la maggior parte degli interventi di
"sviluppo" vanno sempre e soltanto nella direzione della
cementificazione selvaggia.
La distruzione sistematica del paesaggio rurale e delle coste, la
crescita abnorme e spesso sovradimensionata della rete stradale e
degli insediamenti industriali, la persistenza tollerata
dell'abusivismo edilizio, fanno da contraltare reale e concreto alle
dichiarazioni di molti degli amministratori salentini, che, solo a
parole, individuano nella tutela del paesaggio, dell’ambiente e della
cultura del territorio un obiettivo di
primaria importanza. Le immagini da cartolina di un Salento tutto
arte, cultura, mare, pizzica, cibi saporiti e buon vino si scontrano
con la realtà di un territorio bistrattato dove, in nome di un non
meglio specificato sviluppo e di un turismo masssificato si
concepiscono e si perseguono progetti devastanti e non più
riassorbibili.
Ma (oltre il danno la beffa) sarà proprio il turismo a risentirne per
primo. Il turista che viene nel Salento in questi anni infatti è
quello che si lascia attrarre dall'idea di un mare pulito, di centri
storici ricchi di arte ma anche di corti racchiuse fra case bianche di
calce; di campagne dove i muretti a secco delimitano gli oliveti
secolari; di un luogo dove all'ombra delle rutilanti fioriture del
barocco leccese sia possibile
ascoltare la musica tradizionale e la pizzica.
Uno degli scempi più eclatanti che si stanno per realizzare è il
colossale (e costosissimo: 200 milioni di euro!) progetto di
completamento della statale 275 Maglie-Santa Maria di Leuca, che,
nella sua parte terminale, provocherà certamente una devastazione
sistematica della zona del Capo di Leuca, uno dei territori più belli
e integri del Salento.
Con questo appello chiediamo con forza ai "decisori politici" che il
progetto attuale della SS 275 venga modificato e che si diano risposte
alla giusta domanda di mobilità e di sicurezza dei cittadini con
interventi che siano maggiormente rispettosi dell’ambiente, del
territorio, della storia e della cultura. |
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San
Rocco di Torrepaduli è un importantissimo documento vivo, che mostra
i tratti originari della festa contadina: la creatività naturale, tra
canti, suoni e danze, che nasce dal semplice fatto di essere insieme e
in tanti attorno ai baratti della fiera e alle connesse ritualità
religiose e civili. Festa di tutti e di nessuno, è un irripetibile
luogo di incontri, sfide ed esibizioni all’ombra del santuario,
all’interno di ronde dove i ruoli attore-spettatore si improvvisano e
cambiano di continuo. Vuota di palcoscenico e spettacoli, si giova di
interventi spontanei e quindi imprevedibili dove ognuno, senza
trucchi e artifici, può esprimere sé stesso e la propria voglia di
vivere. Il tutto è offerto gratuitamente e direttamente "da produttore
a fruitore"
Ma proprio il successo di questa formula, antichissima e al tempo
stesso d’avanguardia, è la causa dei suoi problemi di oggi. Letale è
la mancanza di rispetto per lo spirito della manifestazione da parte
di alcuni soggetti attivi dentro o ai margini di essa, oppure di
istituzioni e comitati presenti sul territorio provinciale con offerte
culturali non sempre congrue e preoccupate dell’esistente.
Oggi purtroppo è urgente lanciare un allarme per S. Rocco, da anni
in progressivo degrado.
Tra i testimoni della festa di un tempo e gli appassionati di ogni
età, molti sono gli scontenti. Sempre più spesso validi esecutori si
negano a intervenire in quella che viene avvertita come una bolgia di
rumori, quasi del tutto commercializzata e priva di fascino.
A più di 20 anni dall’operazione “Ritorno a S.Rocco”
(con la partecipazione del prof. Diego Carpitella) che fu decisiva
per la comprensione di questa tradizione allora malfamata, vorrei
provare a indicare quacuno dei problemi attuali e avanzare qualche
proposta, nella speranza di sollecitare appassionati e studiosi ad
attivarsi per il suo recupero a una dimensione e a una
qualità soddisfacenti.
Premetto che l’infittirsi nel Salento di feste con al
centro la colonna sonora e le danze della pizzica, attorno alla data
canonica del 15 agosto, “invadono” il tempo di
questa manifestazione (attesa, vigilia, riposo, lavoro).
Specialmente le due mastodontiche finali della Notte della Taranta e
di Pizzicata Festival, fatte cadere qualche giorno prima e
qualche giorno dopo. Sembra di assistere a una contesa, quasi a un
assedio alla fiera di S.Rocco. I due eventi, costruiti con la
consulenza di illustri operatori culturali e con il patrocinio di
attivi enti locali, potrebbero forse mostrare un miglior uso del
calendario.
Venendo alla festa, il banale problema dell’inquinamento
acustico, dovuto ad alcuni venditori, priva
di una necessaria zona di rispetto i canti a voce nuda, le armoniche
e gli altri strumenti non amplificati. Per la salvaguardia della
tradizione, invochiamo un’intervento del sindaco di Ruffano, che
vieti l’uso delle amplificazioni pubblicitarie in un
raggio di almeno 400 metri dal santuario.
Altro fatto conflittuale è dato dalla presenza sempre
più invasiva dei tamburi e dei ritmi africani.
Con tutto il rispetto per le altre culture e i loro appassionati,
credo che tutti possano comprendere che ci troviamo nel più classico
e caratteristico raduno di tamburelli salentini e dei ritmi della
pizzica. Non ci vuole molto per convincersi che strumenti che hanno
volumi e ritmi differenti, sono incompatibili. Inoltre, tamburi che si
sogliono suonare seduti, “ingessano” una festa che deve una importante
caratterizzazione all’agilità del movimento, allo sciogliersi e
ricomporsi delle ronde, al girare della gente da una ronda all’altra
alla ricerca di amici o di momenti diversi.
Avanzo un consiglio per ridare spazio agli esecutori e qualificare le
ronde.
Si sa che andare alla festa in modo isolato ci obbliga a cercare gli
amici e conoscenti tentando di fendere la calca per arrivare al
centro. L’impresa è ardua, se non impossibile e toglie vivibilità alla
festa.
Meglio se gruppi di amici o associazioni, autosufficienti per
formare una ronda, si danno appuntamento non al centro del
piazzale, prevedibilmente superaffollato, ma abbastanza a lato, dove
la praticabilità dello spazio permette il giusto rapporto tra
esecutori e fruitori, con buone interazioni tra la gente.
Non dimentichiamo infine che “le belle feste di una volta” erano
figlie del rispetto, e del controllo democratico dei partecipanti.
Credo sia importante che i gruppi di amici e le associazioni
culturali ritornino, in forme nuove e aperte, ad assicurare la regìa
delle ronde e migliorarne la qualità.
Naturalmente non è tutto. Cerchiamo perciò di aprire una discussione
nella speranza di “riportare a S.Rocco” in forma corretta esecutori
e appassionati che in questi anni, con buone ragioni, disertano la
festa.
Questa tradizione, suggestiva metafora della socialità salentina, non
merita certo di sparire o di banalizzarsi; al contrario, restituita
in forma alta ai suoi valori storici e socio-culturali, può aspirare
ad essere riconosciuta per quel che di fatto è: un patrimonio
dell’umanità. |
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